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PERCHÉ LA ZIZZANIA NON VA ESTIRPATA SUBITO
(RIFLESSIONI SULL'ESSERE, 24 luglio 2017) Un nuovo brano del Vangelo ci invita a riflettere su come giocare le nostra partita nella vita dell'ESSERE.
Dopo la parabola del seminatore, ecco una nuova riflessione dal brano del Vangelo letto ieri, domenica 23 luglio (Matteo 13, 24-43).
La parabola di Gesù parla di un campo fertile dove è stato seminato del buon grano. Ma un nemico di notte ha seminato anche la zizzania. Il contadino avveduto non vuole togliere subito l'erba cattiva: la separerà dopo il raccolto.
La zizzania è in noi, come il buon grano. L'insegnamento è di non cedere alla tentazione di toglierla subito, cosa che sembrerebbe essere la più giusta, ma solo all'apparenza. Gesù spiega perché: cogliendo la zizzania, si potrebbe sradicare anche parte del grano. I due sono legati.
Vediamo cosa accadrebbe: Il grano crescerebbe più forte e rigoglioso, come quello delle monoculture intensive che stanno sfiancando il pianeta. In natura la perfezione produttiva non esiste. Una forzatura, inizialmente accattivante, genera pesanti danni collaterali.
Così è nella nostra natura di esseri umani. Se ci venisse estirpato il male che è in noi, non saremmo comunque perfetti. Saremmo monchi. Saremmo sterili. Questo non vuol dire che il male è fecondo. Vuol solo dire che la nostra natura è imperfetta. Privarci delle imperfezioni non è la soluzione. Lo è, invece, la capacità di riconoscerle e superarle, cosa per la quale siamo attrezzati. Sta a noi imparare a farlo.


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