BELLA ITALIA, CHE RABBIA MI FAI!

BELLA ITALIA, CHE RABBIA MI FAI!

Mettendo ordine tra le vechie carte, ho ritrovato una copia del periodico ITALICVM sul quale pubblicai l’articolo dal titolo sopra riportato. Si tratta di una rivista di poche pagine, pubblicata a Roma tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, rivolta a una stretta cerchia di amici uniti dal pensiero, diciamo, nostalgico. Il direttore, Mario Perazzetti, era amico di mio padre, nonché responsabile Relazioni Esterne della Fiera di Roma, dove molto presto sarei andato a lavorare, proprio nel settore Relazioni Esterne e Ufficio Stampa. L’articolo era stato pensato per la rivista per Agenti di Viaggi AVINEWS, con la quale collaboravo, ma l’editore, Massimo Valeriani, lo rifiutò. Non ho capito perché, forse il confronto Italia – Stati Uniti suonava stridente alle sue orecchie, pur essendo egli un grande ammiratore della cultura americana. Comunque, trovai spazio nel periodico di Mario Perazzetti e non mi risulta che l’articolo abbia disturbato qualcuno dei suoi nostalgici lettori. Lo ripropongo qui oggi, augurandomi che a Mozia, dopo più di 35 anni, le cose siano cambiate. In meglio.

Impietoso confronto tra due attrazioni turistiche in Italia e negli Stati Uniti. Non si discute il miglior modo di “fare cultura”; è solo una questione di mentalità. Purtroppo.

La scorsa estate (era il 1988) camminavo sotto un sole implacabile lungo le sponde dell’isoletta di Mozia, nella Sicilia occidentale, e mi sforzavo di respingere con tutte le mie forze un confronto che mi si presentava con prepotenza nella mente. Non volevo lasciarmi andare al paragone tra la località archeologica che in quel momento stavo visitando e Montezuma Castle in Arizona, visto appena due mesi prima.
Non lo volevo perché il confronto aveva il sapore amaro di un abusato luogo comune, cioè quello di chi denigra i beni di casa nostra, per esaltare presunte virtù straniere. Tra l’altro, Mozia e Montezuma Castle hanno in comune solo il fatto di essere un sito archeologico, la traccia di una civiltà scomparsa, null’altro.
Ma il paragone era inevitabile, tanto più che mano a mano che completavo il giro dell’isola aumentava il senso di delusione che la mia immaginazione provava di fronte alle scarne pietre lasciate al sole dagli archeologi.

La grande, bella, affascinante Mozia che avevo immaginato leggendo i libri di Sabatino Moscati era dunque un cumulo di pietre mal dissepolte e bagnate dalle acque luride di una laguna inquinata. E il fascino della strada fenicia che collega l’isola alla costa e che ancora oggi, a mezzo metro sott’acqua, sarebbe percorribile da un carretto? La suggestione del tofet, il recinto sacro, sacello all’aperto e teatro di oscuri riti sacrificali, la cui brutalità è stata testimoniata dall’indagine archeologica?
In un’Italia abituata a tante rovine d’età romana, greca e bizantina, Mozia è uno dei pochissimi centri in cui è completamente testimoniata la civiltà fenicia, popolo orientale d’origine semitica che contese ai Greci la colonizzazione del nostro meridione e i commerci con gli Etruschi.
Cittadella fortificata al centro di una laguna, pochi chilometri a sud di Trapani e delle isole Egadi, il fascino di Mozia città fenicia risiede non solo nel tipo di civiltà che la caratterizzava, ma anche e soprattutto nello straordinario ambiente naturale nel quale era sorta. Circondata di mura intorno al VI secolo avanti Cristo, Mozia costituisce un ottimo esempio di urbanistica d’impianto fenicio-punico, in cui oltre alle mura, ritmate da torrioni quadrati e dalle porte, s’identificano l’area sacra del già citato tofet, il cothon, un porticciolo per imbarcazioni lagunari (quello principale doveva essere sulla terraferma), alcune strade urbane, un’area industriale, un’area pubblica, abitazioni e una necropoli. Non ci vuole molta fantasia per immaginare come doveva essere la città oltre 2500 anni fa: in una Sicilia fertile e verdissima, abbracciata da un mare incantevole; Greci e Fenici se ne contendevano il controllo territoriale e commerciale, tra cruenti scontri e periodiche tregue.
Il mare era solcato da flotte di legno che si muovevano a remi o a vela; non lontano l’entroterra era caratterizzato da cittadelle costruite da popolazioni autoctone o da sempre nuovi coloni, con templi di marmo e poderose fortificazioni. Come Segesta o Erice, il cui tempio dedicato alla divinità femminile della fertilità della terra era conosciuto in tutto il mondo antico per via della prostituzione sacra che vi si praticava.
Se tutto questo, e ancora molto di più era Mozia, che cosa è in confronto Montezuma Castle? Un “pueblo”, neanche dei più grandi, situato nell’Arizona centrale, un centinaio di miglia a sud della regione del Grand Canyon, testimonianza di una civiltà indigena dell’America settentrionale, conosciuta da noi soprattutto grazie a qualche suggestivo film western.

Montezuma Castle

I “pueblos” (villaggi) erano piccoli insediamenti abitativi, che gli indiani Anasazi edificarono tra Utah, Colorado e Arizona all’interno di alcune grotte aperte sui fianchi di ripide pareti rocciose. La ragione di questo faticoso modo di costruirsi la casa è di chiara natura difensiva; l’epoca è all’incirca il XIII secolo della nostra era e l’elemento caratterizzante di questo tipo di insediamenti è il groviglio di ambienti quadrati ammonticchiati gli uni sugli altri, pareti di pietra e fango e scale a pioli.
Quando decisi di lasciare la statale 17 da Flagstaff a Phoenix per seguire l’indicazione “Montezuma Castle, national Monument”, nulla sapevo del luogo, al di fuori del fatto che era segnato sulle carte stradali e del ricordo vago di una cartolina. Prima di arrivare all’area archeologica, un moderno edificio obbliga alla sosta: è l’ufficio informazioni, dove un impiegato cortese mi ha detto quello che mi interessava sapere, cioè se facevo ancora in tempo a visitare il luogo (erano le 5 del pomeriggio), quanto distava dal posto dove avrei dovuto lasciare la macchina, quanto tempo occorreva per la visita, come avrei fatto a capirci qualcosa, visto che non sono un esperto di archeologia americana. “Lei è ancora in tempo” mi disse “la visita può durare circa una mezz’ora, per il resto, troverà tutto sul posto”.
Pochi minuti dopo avevo parcheggiato la macchina davanti all’ingresso dell’area archeologica e mi ero avviato lungo un viottolo che costituiva l’itinerario della visita. Un primo cartello informava: “Da qui iniziate la visita al sito di Montezuma Castle. Dovete sapere che …”
Al termine dell’itinerario non dico di aver conosciuto tutto di Montezuma Castle e delle genti che lo costruirono, ma la mia curiosità di turista profano, ma sensibile alle testimonianze del passato, era soddisfatta. Di Montezuma Castle conservo ancora oggi un ricordo ancora vivo e piacevole: gli americani hanno saputo fare di un luogo archeologico d’importanza tutto sommato modesta una valida attrazione turistica.
Due mesi dopo, dicevamo, ero a Mozia. Seguendo i cartelli indicatori (che non si mettono d’accordo sulla grafia, perché ora si legge Mothya, ora Mozia), arrivo al molo tra le saline dal quale esiste un collegamento con l’isola. Ai piedi di una casupola chiusa un signore con la scritta “parcheggiatore autorizzato” mi dice di lasciare la macchina dove l’avrei parcheggiata anche senza il suo aiuto e si fa dare 2.000 lire. Poi indica “laggiù”. Dove? In fondo al molo non c’è nulla, non una barca, non un cartello. Orari, tariffe, biglietti d’ingresso, chi ne sa niente? “Andate laggiù, che poi vi vedono e vi vengono a prendere”. Andiamo. Sulla punta del molo si vede l’isola non molto lontano e un altro molo dove staziona una barca a motore.
Con il teleobiettivo riesco a vedere che lì vicino c’è qualcuno. Una guida del TCI diceva: “quando siete sul molo, sbracciatevi”. Mi sento un po’ ridicolo, ma lo faccio. Nulla. Sono quasi sul punto di tornare dal parcheggiatore per avere dei lumi, quando finalmente vedo la barca muoversi. Il traghettatore arriva, carica noi e altri visitatori giunti nel frattempo, incassa 5.000 lire a persona e all’approdo dice: “Per tornare, o entro l’una e un quarto, o dopo le tre”. Nient’altro.
Cosa vedere? Da dove cominciare? Chi o che cosa mi dà una spiegazione? Seguo una stradina che conduce in mezzo a un gruppetto di piccole abitazioni, tra biancheria stesa e frammenti di ceramica lavati ed esposti al sole: tracce del lavoro degli archeologi.
Una stanzona senza insegne, con un lungo tavolo all’ingresso potrebbe essere un bar, e infatti una signora serve a qualche avventore bevande fresche. Oltre all’acqua minerale, chiedo se c’è una guida per vedere l’isola. “Ah, sì, adesso gliela faccio vedere”. Mi dà un minuscolo opuscolo con un testo in italiano e in inglese, una piantina dell’isola e succinte informazioni sui resti degli scavi archeologici. Meglio che niente. Cammino sotto il sole cocente. Per fortuna avevo studiato qualcosa di archeologia punica ai tempi dell’università; faccio quindi presto a distinguere una fortificazione da una casa e da una necropoli. Ma come erano questi edifici, chi ci viveva, cosa facevano, come, perché, quando? Tutte domande senza risposta, per me come per qualunque visitatore che non abbia l’accortezza di organizzarsi con una guida.
Almeno c’è la natura. È un posto unico al mondo. Già. Con quella bella schiuma che galleggia lungo le sponde, è ancora più suggestiva.

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