PRESENTATO “FIERA ITALIA”, IL LIBRO BIANCO SUL SISTEMA FIERISTICO. BUONA L’IDEA, PERÒ …

Un libro per favorire una maggiore comprensione dei temi e dei problemi di chi opera nel mondo delle fiere; un modo dell’AEFI per farsi sentire in forma capillare nelle piazze fieristiche italiane; ma lo strumento di comunicazione difetta in capacità comunicativa: quanti saranno coloro che avranno la tenacia di leggerselo fino in fondo?

È stato presentato a Roma il 12 dicembre 2003 il libro bianco che l’AEFI, l’Associazione degli enti che gestiscono i principali quartieri fieristici italiani, ha dato alle stampe per fare il punto della situazione dopo la legge quadro sul sistema fieristico del gennaio 2001 e dopo la successiva legge costituzionale n°3, approvata nel medesimo anno (“Fiera Italia – prospettive, strategie e organizzazioni del sistema fieristico italiano”, edizioni del Sole 24 Ore, ottobre 2002, 143 pagine, 17,95 Euro).
Lo scopo dell’iniziativa è lodevole: favorire una maggiore comprensione dei temi e dei problemi di chi opera nel mondo delle fiere in Italia e, possibilmente, avviare quel processo di alfabetizzazione tra il variegato universo degli interlocutori, politici e imprenditori, con i quali gli operatori fieristici si trovano a doversi quotidianamente confrontare; infatti, alla presentazione ufficiale di Roma dovrebbero seguire altri appuntamenti presso le città sedi di quartieri fieristici associati, incontri di diffusione del volumetto curato da Paolo Mastromo, che si propongono una maggiore efficacia nell’approfondimento delle questioni riferite al “far fiere”, dando, nel contempo, una maggiore autorevolezza alla principale associazione della categoria.
Si tratta di un’esigenza molto sentita dagli addetti ai lavori: le difficoltà che incontrano, come se non bastassero quelle già complesse del mercato, sono anche legate agli equivoci che derivano dalla mancanza di uno specifico riconoscimento di autonoma legittimità per le attività fieristiche, da sempre superficialmente confuse con il pubblico spettacolo, o equiparate ai mercatini di piazza.
Il problema è innanzitutto di competenze professionali, che solo da poco hanno cominciato a formarsi tra chi gestisce spazi espositivi e tra chi organizza manifestazioni, ma che è essenziale che vengano velocemente acquisite anche dagli altri interlocutori, soprattutto quelli istituzionali, affinché l’attività fieristica, a livello nazionale come locale, possa svolgersi nel modo più efficace possibile.
Ben venga, quindi, l’iniziativa dell’AEFI, anche se alla prova dei fatti “Fiera Italia” manifesta alcuni limiti, il più evidente dei quali è la mancanza di capacità comunicativa.
La materia, dal punto di vista letterario, non è delle più felici (non lo è nemmeno da quello giornalistico, credetemi!), ma uno strumento pensato per fare divulgazione qualche sforzo in più in termini di comunicazione poteva farlo.
Strutturalmente “Fiera Italia” si divide un due parti: i primi quattro capitoli affrontano le questioni di base dell’attività fieristica in Italia dopo la legge quadro e quella sulla devolution: si parla di come viene svolta l’attività fieristica, se ne fa un rapido sunto storico, si guarda alle prospettive (e ai timori), ci si confronta soprattutto con la ben diversa realtà tedesca, si parla dei rapporti tra fiere e imprese, soprattutto medie e piccole, dell’internazionalizzazione, della questione internet e, ovviamente, del ruolo delle associazioni, a cominciare dall’AEFI. La panoramica è sufficientemente ampia e aggiornata, si presenta anche documentata, ma manca del tutto la bibliografia (lacuna imperdonabile).
Nella seconda metà del libro, dopo un’intervista al presidente dell’AEFI Piergiacomo Ferrari e quelle ai vice presidenti dell’associazione, Cercola (Napoli), Lo Buono (Bari) e Cagnoni (Rimini), la noia monta e scatena i peggiori sbadigli: nelle “schede” dei trentatré quartieri fieristici associati, si ha la netta sensazione di leggere altrettante veline o publiredazionali; sono trentatré paginette, redatte dagli uffici stampa degli stessi interessati (alcuni prolissi, come Bologna, Milano, Napoli e Riva), con molte chiacchiere, informazioni disomogenee, difficilmente confrontabili (e verificabili): alla luce dei fatti, sono più le cose che mancano che quelle che vi si possono trovare: manca il tentativo di impostare una presentazione delle fiere italiane come “sistema”; mancano indicazioni sui bacini e sulle vocazioni di sbocco di ciascuna piazza fieristica; manca una analisi degli atteggiamenti delle singole fiere nei confronti degli investimenti: chi investe, quanto investe, dove reperisce i fondi, quali obiettivi di dà …; mancano indicazioni sui rapporti tra le fiere e le diverse realtà associative, da un lato, e il sistema delle Camere di Commercio dall’altro; mancano dati importanti come i bilanci, il numero di dipendenti, i calendari (con i relativi numeri-paramentro dei mq venduti, dei visitatori, degli espositori, etc.).
Sarebbe stato opportuno produrre, per ogni scheda, un format con i dati tecnici in tabella, esposti in maniera omogenea, poche righe per mettere in evidenza i punti di forza e quelli di debolezza di ciascun quartiere e, a conclusione, un breve intervento del presidente di ciascuna Fiera.
Comunque, a spulciare tra le veline si possono trovare anche spunti interessanti, come l’intervento provocatorio del presidente della Fiera di Padova, Ferruccio Macola: “i processi di privatizzazione visti sin qui non sono rassicuranti. Se le fiere italiane restano di fatto pubbliche, la politica continuerà a turbare il mercato con pressioni esterne e aiuti” (p. 118), o la calzante indicazione di carattere strategico espressa dal presidente della Fiera di Parma, Domenico Barili (superare il limite “di avere alle spalle una città di provincia con non più di 200.000 abitanti e una ridotta capacità logistica … portando un numero crescente di eventi fuori del quartiere” e “concentrare l’attività sul core-business … costituito dall’alimentare … e dall’antiquariato”), oppure l’intervento di Lorenzo Cagnoni, presidente della Fiera di Rimini, che si può definire “da manuale” quando parla dell’obiettivo della quotazione in borsa, della formazione di nuove competenze manageriali e di un business-plan decennale per una fiera che si cimenta “come soggetto organizzatore e non solo locatore di padiglioni”.
Anche se“Fiera Italia” poco invoglia a farsi leggere (quanti saranno quei funzionari e quei dirigenti, che già oggi tanto parlano di fiere, che avranno la tenacia per leggerselo fino in fondo?), è verosimile che finisca sui banchi di scuola. Della Bocconi forse; oppure su quelli del nuovo centro di formazione professionale che Fieramilano sta mettendo a punto.
Chi studia, si sa, è avvezzo a questo genere di torture.

Mauro Ferri

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