LA VITA È UNA TROTTOLA

La Vita è una trottola. O così sembra essere. Riflessioni sui massimi sistemi suggerite dal libro di Margherita Hack “Dove nascono le stelle” e di qualche altro testo. Vi racconto quello che ho capito, le idee che mi sono fatto e le fantasie che ne sono derivate.

Gli occhi di un bimbo osservano incantati la magia di una trottola, stabile nell’equilibrio che le dona la sua danza vorticosa. Quegli occhi sono l’alba di una nuova coscienza intelligente che scopre sbalordita i prodigi del mondo che la ospita. Come accadde a tutti noi quand’eravamo piccoli e come ci succede ancora oggi, se ci sforziamo di comprendere un po’ più a fondo il nostro mondo.
Prendiamo, per esempio, questa trottola e togliamole la gravità e l’attrito dell’aria: la vediamo ruotare sospesa nel vuoto per forza d’inerzia; è bastata una spinta iniziale e poi la trottola si è messa a girare per sempre, almeno finché qualche ostacolo non verrà ad alterare il suo stato.
Che la Terra si comporti come una trottola nel vuoto lo sappiamo bene; e sappiamo anche che nell’Universo tutto è in movimento. A pensarci bene, non c’è nulla che stia fermo, il concetto di stato, inteso come assenza di moto, nell’Universo non sembra esistere.
Proviamo a distenderci al suolo, supini su un tappetino, dopo aver messo filtri ai disturbi luminosi e sonori (salvo forse una musica rilassante); a occhi chiusi rilassiamo la mente e riduciamo al minimo i segnali che giungono dall’interno del corpo. Immaginiamo di essere un punto di coscienza sospeso nell’Universo. Siamo immobili, ma ci muoviamo con il nostro pianeta. Se riuscissimo a rimanere in questa posizione per ventiquattro ore potremmo immaginare di tracciare nello spazio un cerchio perfetto, grande quanto la latitudine della nostra posizione.
Ma in realtà non è così, perché la Terra orbita intorno al Sole e il nostro cerchio tracciato nello spazio viene a sfilacciarsi come gli anelli di una molla stiracchiata. Nemmeno dopo i 365 giorni di un giro d’orbita completo siamo tornati al punto di prima, perché il Sole, con tutta la sua corte di pianeti e di altre cose, si è a sua volta spostato percorrendo un’immensa orbita intorno a cuore della Via Lattea, e lo fa in compagnia di tutte le altre stelle della galassia, che si dispongono intorno al nucleo come una girandola.
E poi anche la nostra galassia si sposta: danza con Andromeda, la galassia più vicina, in una giga mortale che porterà i due ammassi stellari a collidere tra molto, molto tempo; per ora formano una specie di sistema binario che ruota intorno a un asse centrale assieme a un corredo di altre galassie più piccole, tutte piene di stelle, pianeti e altri copri freddi, oltre a diversi buchi neri, e tutti impegnati in una frenetica attività di rotazione e di rivoluzione. È il cosiddetto “sistema locale” di galassie, uno fra i tanti sistemi che pare formino lunghi filamenti di materiale stellare disposti attorno a gigantesche bolle di vuoto.
Così pare che sia tutto l’Universo, che oltre a ruotare e orbitare, si espande, cioè aumenta il proprio volume come un palloncino che si gonfia. Chissà se tutto insieme anche l’Universo è una gigantesca trottola e chissà dov’è il suo perno centrale. Se dalla visione complessiva del mondo che mi si è formata nell’immaginazione torno al mio piccolo quotidiano trovo sbalorditiva la consapevolezza che la mia immobilità sul tappetino a occhi chiusi sia solo apparente, una percezione illusoria.
Ma non è che la prima delle cose sorprendenti di cui diventare consapevoli.
Se il moto e l’inerzia possono stupire, è ancora più sbalorditiva la gravità, l’altra forza che, giocando con l’inerzia, genera il moto orbitale: consente l’esistenza dei corpi celesti e crea le condizioni per cui alcuni sono freddi, altri caldi e altri oscuri. Non solo. La gravità non si limita a tenerli agganciati tra loro, ma fa di più, piega lo spazio! La Terra è attirata verso il Sole assieme a tutto lo spazio che le sta intorno, che viene così a essere stiracchiato verso la stella. Tutto l’Universo in corrispondenza di stelle e buchi neri si trova in questa condizione di stiracchiamento più o meno accentuata, un po’ come quando premiamo un dito su una tavoletta di spugna: la superficie della spugna che si piega tutt’intorno all’area di pressione è una buona rappresentazione di quello che accade in ciò che crediamo sia vuoto. Dobbiamo ricorrere al modello a due dimensioni della superficie della spugna, perché è impossibile vedere con i nostri occhi (e quindi figurarci nella nostra mente) lo stesso effetto a tre dimensioni. Ma come una pallina lanciata sulla spugna scivola nell’avvallamento per poi risalire, così la luce che corre nello spazio si trova a deviare dal suo moto rettilineo in corrispondenza di queste aree stiracchiate dalla gravità. I fotoni emessi da qualunque stella non fanno un viaggio rettilineo attraverso tutto l’Universo, bensì uno slalom tra mille ostacoli, tra vaste aree distese e vuote e improvvise zone di tensione, rischiando spesso di finire inghiottiti da qualche buco nero; per loro l’Universo è un flipper! O forse è solo una gigantesca trottola spugnosa e bitorzoluta, che si sta gonfiando.
La luce. È un’altra stranezza del nostro mondo. Ci sembra tanto naturale, direi ovvia, è per noi parametro di vita, ha talmente condizionato la nostra esistenza che noi siamo strutturati in sua funzione: dei cinque sensi la vista è il più importante, non solo per il valore che siamo disposti a darle, ma anche perché all’attività visiva è dedicata gran parte del nostro cervello. Ciò che ci sorprende è la sua velocità, che a noi appare istantanea. Percorrendo in un secondo 3 metri per 10 all’ottava potenza, la luce è la cosa più veloce che esiste, nulla può superarla, perché non ha massa, è energia pura. È un concetto intuitivo: più aumenta la massa, più l’energia è impegnata a tenerla insieme e meno ha forza per correre veloce; una spiegazione euristica che farà inorridire gli scienziati, ma mi aiuta a capire qualcosa dell’equivalenza tra massa ed energia scoperta da Einstein.
Posso capire che nulla possa essere più veloce della luce, ma perché proprio quella velocità, né un po’ di più, né un po’ di meno?
E poi è una velocità insufficiente a farci sognare di andare in futuro a spasso per tutto l’Universo. È vero che al di fuori del nostro pianeta c’è ben poco di ospitale, e che forse gli alieni sono più temibili che amabili, ma trovo sconfortante l’idea non tanto di essere soli nell’Universo, quando di essere confinati in una solitudine che ci impedisce l’incontro con altre civiltà, anch’esse sole nei loro mondi. Oltre a tutto, la velocità della luce sembra essere inadeguata anche in considerazione dell’espansione dell’Universo e che questa espansione sembra aumentare.
Qui, però, entra in gioco un ulteriore straordinario prodigio: la relatività. Dice, se ho ben capito, che i parametri di spazio, tempo e velocità sono relativi allo stato dell’osservatore. Ciò significa che la nostra velocità (quella del punto di coscienza che ruota sulla superficie del pianeta, che orbita attorno alla sua stella, che gira intorno alla galassia, che danza con la minacciosa cugina e insieme se ne vanno chissà dove) la nostra velocità, dicevo, determina la nostra misura del tempo.
Così eccoci acquisire consapevolezza di un’altra illusione delle nostre percezioni, quella dell’immutabilità del tempo. Il tempo si modifica in base alla velocità, se questa diminuisce il tempo scorre più veloce, ma se la velocità cresce, il tempo rallenta.
E adesso è anche chiaro perché la velocità della lue è proprio quella: per calcolarla usiamo la misura del tempo dal nostro punto di osservazione, cioè relativamente a noi.
Quindi, se è vero che il tempo rallenta coll’aumentare della velocità, alla velocità massima possibile il tempo si dovrebbe fermare! Se così fosse, la luce non impiegherebbe “un certo tempo” per fare il suo viaggio, anche attraversare tutto l’Universo, ma semplicemente si troverebbe ad essere già dappertutto!
Se ci rivolgiamo verso l’estremo opposto, cioè rallentare la velocità fino a fermare il mondo e accelerare il tempo al suo limite massimo, perveniamo in qualche modo a intuire qualcosa di simile: avremmo l’immobilità e un tempo così rapido che compie tutto il suo percorso in un solo lampo intuitivo. Ma così esaurisce la sua funzione, proprio come quando si ferma all’estremo opposta della massima velocità: tempo zero = immobilità = velocità zero, gli estremi si equivalgono.
Nel mezzo c’è la nostra realtà, o forse è meglio sostenere che ci sono le nostre illusioni, perché chi ce lo dice che la realtà non sia proprio quella degli estremi, cioè quella di un Universo immobile e senza tempo?
È per questo che, chiuso il libro di Margherita Hack, ho aperto quello di Julian Barbour: “La fine del tempo”.

Un po’ di bibliografia:
1) Margherita Hack, Dove nascono le stelle, Sperling & Kupfer, marzo 2004;
2) Stephen Hawking, La teoria del tutto, 2002 (Ed. it. Rizzoli, maggio 2003);
3) Stephen Hawking, Dal big bang ai buchi neri, 1988 (Ed. it. Rizzoli, luglio 1997);
4) Julian Barbour, La fine del tempo, 1999 (Ed. it. Einaudi, ottobre 2003).

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